Orecchie

 

‘Buongiorno. Sto cercando delle orecchie di pecora, ne avete?’

 

‘No. Mi spiace. Abbiamo solo orecchie di gatto’

 

‘Caspita. Come posso fare, allora?’

 

‘Può usare dei palloncini rosa, vede?’

 

‘Buona idea. Me ne dia un sacchetto’


Milano, Carnevale 2010
Cartoleria ‘I giorni di carta’
Corso Garibaldi

nausee mediatiche

Non scrivo da maggio, ciò è evidente.

Perchè?

Niente di personale, piuttosto un fastidio sottocutaneo per la parola scritta e un imbarazzo per l’impossibilità di distinguere il vero dal falso, l’opinione dal fatto.

Come dire: c’è bisogno di silenzio, inizio io a stare zitta.

Credo abbia a che fare con una certa repulsione per le parole a vanvera. Come molti – ancora troppo pochi – Italiani ho passato il limite della sopportazione verso la menzogna reiterata, istituzionalizzata, formalizzata, pubblicata.

Non mi sono mai interessata in modo costante e serio alla politica, soprattutto non ho mai approfondito. Da sempre leggo i quotidiani. In casa mia entravano ogni giorno due quotidiani: La Repubblica (quella di Scalfari) – per mia madre, La Prof. – e Il Giornale (quello di Montanelli) – per il nonno imprenditore, che si comunicava – insieme alla nonna –  ‘liberale’. Venivano sfogliati uno di fronte all’altro a colazione in un clima a tratti teso, specialmente quando i titoli avevano toni opposti. Un sottile duello quotidiano all’odore di inchiostro, carta stampata contro carta stampata, prima in bianco e nero, poi a colori.

Io ho scelto subito, non so se per spirito di emulazione/amore filiale o per vocazione, di stare dalla parte di La Repubblica. O forse mi piacevano il font cicciotto e l’impaginazione da Modulor. In ogni caso ho assorbito quel punto di vista per osmosi e lì sono rimasta. Nel tempo sono diventata leggermente più consapevole di avere uno spirito ‘democratico’ (volevo dire ‘di sinistra’ ma oggi suona nonsense), ma non ho mai scavato dietro le parole, mi sono sempre fermata ad una vaga impressione di massima, ci’avevo i cavoli miei a cui pensare, e per natura sono attratta dal bello, non dal giusto.

Da qualche anno però – grazie alla vergogna del Berlusconismo – non posso proprio evitare di ascoltare o leggere con un po’ più di attenzione e spirito critico, tanto per indignarmi con più convinzione, cercando le  voci fuori dal coro, o contro il coro, e mettendole a confronto. Le mie voci italiane preferite sono Marco Travaglio, Federico Rampini e Concita De Gregorio. Oltre a condividerne le idee mi sembrano più lucidi della media.

Negli ultimi mesi questo ascolto più approfondito si è imbattutto – per forza – nel rumore di fondo della guerra mediatica in atto (ora divenuta Berlusca-contro-tutti: Stampa, Chiesa, Unione Europea, il nemico non è più solo il Comunismo), conseguenza ovvia dell’ anomalia italiana. Ciò mi ha provocato il malessere di cui sopra. 

Ho somatizzato: nausee mattutine da quarto potere imbarbarito.

E da anni non guardo i canali televisivi controllati dal regime mediatico. Questo significa che il rumore mi arriva comunque dal Web, dalla strada, dai giornali che continuo a leggere. Ormai è chiaro che tutte le voci si sono dovute uniformare ad un livello del discorso sempre più basso. E’ la materia che impone lo stile. Nella guerra mediatica italiana in atto tutto è lecito.

E ho soprattutto l’impressione che stiano parlando di altro, di non avere capito veramente cosa ci sia dietro, di essermi persa un pezzo. Insomma mi sento più cretina del solito.

Vero o falso? Vero per chi? E io, cittadina confusa, che c’èntro?

E’ anche una questione estetica, tutto sommato. Se la politica-spettacolo diventa politica-avanspettacolo anni ’70, e i media la raccontano con linguaggio coerente, il mio senso del bello si accartoccia su se stesso. Poi guardo Obama bravissimo, bellissimo, elegantissimo e mi viene da piangere.

Quindi, dopo essermi ascoltata in muta sofferenza  tutti i Passaparola di Travaglio ogni Lunedì, aspetto con ansia disillusa l’uscita in edicola del Fatto Quotidiano il 23 Settembre.

Magari capirò di cosa stanno parlando.

E lo stile Travaglio –  adorabile col suo sarcasmo, l’occhio vispo da furetto, il pupazzetto sulla libreria, l’aria emaciata dentro le polo understated – potrebbe in parte lenire le mie turbe estetico-mediatiche.

 

donne in attesa

acthung: questo post è stato iniziato un paio di settimane fa, prima che scoppiasse il PapiGate. Poi ci’ho avuto da fare, ma ora mi sembra davvero il caso di portarlo a termine.

‘Donne in attesa’ è un film di Bergman del 1952. L’ho visto a casapecchia, in dvd, col camino acceso che non tirava benissimo, avvolta in una nuvola di spek.

Ci sono i tempi dilatati, l’emozione raffreddata e lucida, l’eleganza di Bergman. E dentro ci sono donne di una modernità sconvolgente. Donne del Nord Europa, negli anni ’50, che pur inserite in una società borghese e aderenti al ruolo di moglie e madre, hanno un linguaggio e una visione della vita così liberi, sfrontati. Ci sono in realtà due generazioni a confronto e nella narrazione le più giovani hanno un ruolo di rottura, soprattutto la sorella minore che fugge sulla barca col ragazzo nel finale è apertamente in lotta con le imposizioni della borghesia industriale. Ma anche le più mature – quarantenni bellissime, zigomo nordicamente alto – sebbene siano in attesa dei mariti sono già così moderne da farmi rabbrividire.

Moderne rispetto a cosa?

Rispetto all’immagine che ho composto da qualche parte nella mia testa degli anni ’50 italiani? I riso amaro, le Sophie Loren, l’iconografia neorealista pre-boom ? Le foto b/n della Nonna Vittoria in costume da pin-up al mare o della Nonna Laura con le sue vestagliette a fiori b/n e gli occhi tristi, all’ombra del marito imponente? E in quel bianco e nero granuloso che cosa dicevano? Che cosa pensavano? Lo so?

So che il Nonno Vittorio era morbosamente geloso della bellezza statuaria della Nonna Vittoria e che mentre lei era al mare ingaggiava tizi che ne controllassero i movimenti. Spiata, pedinata lungo i viali odorosi di pino marittimo. Lei non si è mai violentemente ribellata a questo, ha lavorato di fino, ha vissuto intessendo il proprio regno in famiglia, esercitando un potere indiscusso che poi è sfociato nella gestione degli studi medici di marito e figlio. La Nonna Vittoria era una donna moderna?

O rispetto all’immagine degli anni ’50 americani alla Doris Day, fatta rivivere oggi con raffinatissimo decor dalla serie Mad Men? (scorpacciata mesi fa in una due-notti in lingua originale, non riuscivano a staccarmi). In Mad Men – che è ambientato a dire il vero nei primissimi anni ’60 – contrariamente ai film di Doris Day appaiono gradualmente i segnali di malessere verso il ruolo precostituito moglie-madre, il nascere di una ribellione che poi sfocierà prepotente di lì a poco.

Eppure le donne nordiche di Bergman sono più moderne. Raccontano di tradimenti confessati, di gravidanze portate avanti in orgogliosa solitudine, di complicità e ironia nel rapporto col marito, di fughe d’amore e ribellione.

Sono più leggere, perchè su di loro non gravano due filtri pesanti: il maschilismo latino e la morale cattolica, che invece impastano e distorcono la figura femminile in Italia, provincia mediterranea dell’impero americano, con l’ulteriore fortuna di ospitare il Vaticano.

Finito ‘Donne in attesa’ ho estratto il dvd e sullo schermo sono apparse le due tette inumane di Cristina del Grande Fratello. Cristina è così fiera delle sue protesi, ha capito molto presto che per perseguire la felicità – che coincide con la gloria televisiva – sarebbe stato necessario diventare personaggio dei fumetti, donna bionica, caricatura. Molto semplice. Molto deprimente. Ma ci siamo abituati, no? E’ diventato terribilmente normale che una giovane donna per essere felice plasmi il proprio corpo per aderire ai modelli imposti dal maschilismo convenzionale. O è ormai più corretto usare il termine berlusconismo? Perchè ho l’impressione che il modello nordamericano della coniglietta idiota abbia prima attecchito facilmente sul suolo italico, così fertile, per poi sviluppare un modello locale ben definito, alimentato dalla cultura berlusconiana.

Il berslusconismo è riuscito a spazzare via ogni traccia di emancipazione femminile, non ne rimane memoria. Negli ultimi vent’anni i due filtri del maschilismo latino e della morale cattolica si sono ispessiti e amalgamati, cementati dalla volgarità del modello berlusconiano.

Siamo tutte figlie del Drive In.

Ieri sera ho bloccato lo zapping su un’intervista ad una rediviva Tinì Cansino, la più sexy del Drive In, antesignana della velina italica. Perfetta: ha lasciato la professione per dedicarsi alla cura dei figli.

La nuova donna italiana secondo Berlusconi è nata lì, dentro una tv a tubo catodico, nel 1983, trent’anni dopo le donne in attesa di Bergman.

E nel 2009 siamo donne in attesa di essere liberate dal berlusconismo.

Chi ci sta provando?

Emma Bonino? Anna Finocchiaro? Concita De Gregorio? Daria Bignardi? Veronica Lario? Vittoria Brambilla? Mara Carfagna?

Alla voce ‘Berlusconismo’ in Wikipedia c’è una sezione dedicata a come è giudicato in altri Paesi. Ci ho trovato anche la Svezia:

Svezia [modifica]

La tv di stato, SVT, nel febbraio 2005, trasmette uno spot televisivo autopromozionale presentando Berlusconi come un modello di comportamento opposto a quello portato avanti da loro in Svezia.

crescere o decrescere?

Quando cerco nuovi stimoli, voci, fonti, per crearmi un punto di vista originale da sfoggiare all’aperitivo del venerdì, di solito vado in Hoepli. Al piano arti visive, architettura, poi economia e scienze sociali. Qualcosa trovo. Non è detto che sia succulento, che mantenga le promesse, ma uno spunto da cui partire lo trovo. Di sicuro mi porto a casa almeno una rivista neozelandese.

Perchè, alla faccia della coda lunga della rete che fortunatamente ha dato ragione d’esistere a tutte le nicchie possibili, è ancora bello aggirarsi tra i saperi.

L’altro giorno invece sono passata in Feltrinelli di Corso Vercelli e mi sono avventurata al primo piano, spingendomi oltre le guide turistiche, area economia, due afosi metri quadri di autori italiani probabilmente docenti universitari nelle varie cattoliche, iulm, bocconi, statali, due appiccicosi metri quadri di libri-marketta dei corsi dei suddetti docenti universitari. Non abbastanza di nicchia, troppo accademic-irrazionalpopolare, brontolavo tra me e me, sconsolata.

Poi l’ho addocchiato, penultimo ripiano dell’ultimo scaffale d’angolo. L’ho ripulito dalla polvere, ho starnutito stizzita (l’acaro è mio nemico, anche quello colto), e ho gongolato.

Serge Latouche, ‘La scommessa della decrescita’ (toh, serie bianca Feltrinelli).

Da quando ho scoperto che è arrivata la fine del mondo come noi lo conosciamo, mi ronza in testa un unico, sparuto, rachitico pensiero: perchè l’economia deve proprio crescere? Chi l’ha deciso?

L’azienda deve crescere per sopravvivere, è il suo destino. Il fatturato deve crescere, con i vecchi e coi nuovi prodotti, nei vecchi e nei nuovi mercati. Quando un prodotto ha raggiunto la fine del suo ciclo di vita, se ne lancia uno nuovo. E il ciclo di vita è sempre più breve. 

Nel mercato globale dei profumi si lanciano 500 nuove fragranze all’anno.

500 nuove fragranze, tra nuovi jus, varianti, edizioni limitate.

E chi le annusa? Ma soprattutto: e chi le compra?

Un giorno arrivai short listed per un ambìto posto in L’Oréal Prodotti di Lusso, marchio Biotherm (se l’avessi beccato forse non starei qui ad avere crisi di coscienza?). Il CEO-Italia mi chiese perchè secondo me le fine fragrances erano in crisi. Risposi: ‘perchè ci sono troppi lanci’. Presero un’altra.

Il marchio si espande, fa brand stretching, si infila in segmenti vicini, poi si avventura in segmenti sempre più lontani dal core business, al limite del nonsense.

Un giorno la Thun mi disse che voleva andare oltre la ceramica. Dove possiamo andare? Legno, tessile? ‘Mah, entrate nel bagno’, suggerii. Mi vollero assumere.

Quando un mercato è maturo e stagnante, si entra in un altro. I paesi emergenti sono stati la speranza di luxury brand europei agonizzanti. I BRIC: Brasile, Russia, India, Cina. Grossi mattoni con cui restaurare la baracca.

La Russia dei nuovi ricchi, innamorata del meno raffinato Made in Italy, ha fatto una scorpacciata di marchi italiani da overdose, e tutte le boutique del Quadrilatero si sono riempite in pochi anni di commesse caucasiche, sparite in esubero appena i nuovi ricchi si sono trasformati in nuovi poveri.

Questo è stato il paradigma del profitto, del capitalismo, nato con l’era industriale, abitato dalla società del consumismo.

(e io sono una che ha fatto un master in Innovazione di Sistema Prodotto, che si è inventata decine di nuovi prodotti e che pur di fare la spesa al Centro Botanico si è fatta venire le più sordide intolleranze alimentari).

E l’entropia?

No, dico, ci siamo dimenticati dell’entropia.

Entropia = non reversibilità delle trasformazioni dell’energia e della materia.

Qualcuno ha fatto il P&L (Profit&Loss) della Terra?

L’economia sembra crogiolarsi nell’idea dell’infinito. Risorse infinite, crescita infinita, profitti infiniti.

Perchè l’economia è stata lasciata a lungo isolata dalle altre discipline, uno splendido isolamento comodo a tutte noi ‘élite’.

In realtà molti stanno ibridando da tempo economia, chimica, fisica e biologia, secondo lo stesso processo per cui finalmente anche la medicina occidentale si è affrancata dalle specializzazioni cieche e ha adottato l’approccio olistico.

Dagli anni ’70 si parla di Ecologia. Dagli anni ’90 di Sviluppo Sostenibile. Eppure il paradigma non è cambiato.

‘La scommessa della decrescita’ è stato pubblicato in Francia nel 2006, prima della peggiore crisi economica globale dal 1929. Prima che Barack Obama venisse eletto Nostro Presidente.

E’ vero, parlare di decrescita è ancora più radicale, è una provocazione quasi insostenibile.

Ma esisterà un modo per far tornare il P&L della Terra, magari continuando ad essere profumati?

(e va detto che questa nuova tastiera bianca con riverbero blu elettrico è una vera ciofeca. Innovazione davvero non necessaria).

zigomologia trascendentale

Lo so, non è serio pensare al restauro del corpo proprio ora che il mondo va a rotoli, posto che il mondo vada davvero a rotoli.

E’ che il corpo è sempre lì, presente, così visibile ai miei occhi e a quelli altrui, anche se è arrivata la deflazione. (ho capito da poco che la deflazione è il contrario dell’inflazione e me ne vanto, aspettavo giusto l’occasione). O forse la deflazione ha intaccato anche i miei tessuti che improvvisamente – tra l’autunno 2008 e la primavera 2009 – hanno dato evidenti segni di cedimento. Ormai è chiaro che i miei tessuti stanno crollando. E non nelle aree scontate.

Sono sempre stata vanitosa e a tratti mi sono sentita proprio strafiga. Ma ho l’impressione di avere a lungo rincorso un corpo migliore, un corpo quasi perfetto, in realtà senza fare nulla, solo attendendo che si compisse una naturale evoluzione. Da adolescente lunga e troppo magra, ma armoniosa e sinuosa, molto lentamente mi sono formata, strutturata e solo dopo i trent’anni mi sono piaciuta davvero. E’ stata dura aspettare. Ricordo ancora con orrore la frase dello Zio Bastardo quando avevo 15 anni: ‘Adesso sei un cesso ma a 40 anni sarai una donna bellissima’.

Ai 40 anni non sono ancora arrivata, la metamorfosi si è compiuta prima.

C’è un problema però: una volta giunta a compimento è iniziata la china discendente. Mi sono sentita figa per un paio d’anni. E adesso è già finita. Ma come? Ho aspettato tanto e già devo abbandonare l’idea di piacermi? Non me l’aspettavo. Non ero preparata. Sono sempre stata proiettata verso una meta, ci siamo quasi, ci siamo, e ora già devo guardarmi indietro con rimpianto?

L’impressione è di essere passata da un’idea di me acerba, infantile, vagamente androgina, molto Pic Nic a Hanging Rock, molto Vergine Suicida, ad una me stessa che invecchia. Io che invecchio? Di questo non ho ancora parlato con la mia analista, di sicuro ne sarebbe interessata.

Le mie gambe toniche un po’ meno toniche. Il mio culo di marmo un po’ meno di marmo. E la faccia che cade.

Questione di statica. E di zigomi.

Chi ha lo zigomo alto può ritenersi molto fortunato, anche se è vittima della deflazione planetaria. Lo zigomo alto è sinonimo di una buona impalcatura, le ossa sostengono i tessuti, che scendono molto più lentamente. Un viso può essere segnato dalle linee di espressione, ombreggiato dalle discromie, ma le ossa lo sostengono. ‘Gran belle ossa’, penso guardando il viso di Sharon Stone. Ok, sarà photoshoppato, sarà botoxato con discrezione, ma cacchio quegli zigomi sono suoi. 

Altri zigomi fantasticamente alti: Meryl Streep, Kate Moss, Mariacarla Boscono, Tilda Swinton, tutte le donne asiatiche (donne senza età, infatti). Clint Eastwood e Johnny Deep se la cavano tra gli uomini. L’artista Orlan, che sperimenta sul proprio corpo la chirurgia estetica come mezzo d’espressione, si è fatta impiantare invece due protesi alza-zigomo sulla fronte, come due piccole corna di cerbiatto.

Chissà cosa si cela dietro questi pensieri idioti? Una nuova patologia? (che devo avere trasmesso a Splinder perchè questa finestra ha vita propria e continua a scrollare in su e mi sta venendo la nausea).

Non sarà stata la visione di Benjamin Button? Tutta questa attenzione verso le età della vita, lo scollamento tra età del corpo ed età della mente.

Sta di fatto che sono andata dalla Sorby, la dermatologa. Non la vedevo da tre anni, dal mio primo e unico glicolico. L’ho trovata sempre più confusa, la Sorby, deve avere problemi con la memoria a breve termine, e questo ha reso la visita leggermente inquietante. Ogni tanto le dovevo ricordare di cosa mi stava parlando.  E’ comunque riuscita a farmi salire l’angoscia, rilevando una effettiva stanchezza del viso e suggerendo di laserarmi con luce pulsata e CO2 frazionato per rimpolpare i tessuti. Ha detto proprio rimpolpare: un termine di chiara provenienza post-human pulp.

E qui ho capito quanto è facile cadere e finire come il levriero-pescegatto Kidman. Nel momento in cui intuisci che anche tu puoi invecchiare, diventi fragilissima. E tutta la sfrontata superiorità nei confronti della chirurgia estetica va in frantumi.

Ok, la luce pulsata non è Botox, ti racconti. Un laser CO2 frazionato non è un lifting. Ma in fondo che differenza c’è tra un glicolico, un trattamento anti-ageing in una dermo-spa e una luce pulsata? E che dire della serie infinita di barattoli e tubetti che troneggiano nel mio bagno in stile inglese primi ‘900? Stessa testa, in età differenti. Prima me la potevo cavare con l’acquisto compulsivo di Daniele de Winter, ora sono pronta per la luce pulsata.

Perchè il mio zigomo non è abbastanza alto.

What about you?

it’s the end of the world and I feel fine

Mi sono trovata ad una cena seduta di fianco ad uno squalo della City.

Intendo un tizio che possiede un fondo di investimento a Londra. 

Uno squalo a pinna tricolore, appartenente al folto gruppo di italiani di successo all’estero. Un grande uomo in molti sensi: fisicamente mastodontico e dall’ego spropositato. Tutti i cliché confermati. Era ovviamente seduto a capotavola consapevole di essere l’oracolo di Delfi in mezzo ad un gruppetto di comuni mortali tremolanti nel vento dello tsunami finanziario, tutti gli occhioni umidi puntati su di lui.

Lui sa.

Per tutta la cena ha tenuto banco gesticolando esuberante, arrogante, plateale, con l’occhio spiritato e il cashmerino rosso, intercalando con il solito gergo italo-british Let me tell you – What the fuck – I can assure you.

Sembrava contento.

Ovviamente gli ho fatto qualche domandina, avvolta nella mia mantella a T in Lana di Yak bicolore.

Non so se ho capito bene, ma le risposte non sono state particolarmente rassicuranti.

Come in fondo sappiamo tutti, è arrivata la fine del mondo.

Tutto quello che ci circonda, le nostre cose, le cose degli altri, le cose pubbliche, si stanno sgretolando sotto i nostri occhi, anzi: non sono mai esistite davvero, era tutto finto.

It was a fake.

Gli ho chiesto: ma l’economia reale..?

Ha risposto: it’s a fake as well.

Gli ho chiesto: how long?

Ha risposto: dieci anni.

Gli ho chiesto: so what?

Ha risposto: state tutti fermi, state in coperta, non fate nulla, vi salverete solo se non avete debiti. La fine del mondo durerà dieci anni, alla fine saremo tutti molto più poveri, sopravviveranno solo i non indebitati.

Fiko.

Gli ho chiesto: allora è una piaga biblica, una punizione divina alla ingordigia dell’homo cyber sapiens?

Ha risposto: yes, darling, proprio così.

Mi sono spinta più in là: per chi non crede, allora, è una questione darwiniana di selezione naturale?

E qui si è irrigidito. Tutto il suo grande corpo si è contratto in uno spasmo di disgusto. Lo squalo dalla pinna tricolore è estremamente superstizioso e ha fede. Non mi ha più parlato. L’oracolo si è spento.

Così mi sono concentrata sul mio soufflé ai semi di papavero.

Mmmmmhh, davvero buono.

 

Una voce assertiva

La donna milanese di successo o aspirante tale la porta impostata, la voce.

Di successo nel suo ambito, che sia giornalista di cosmesi free lance, tabaccaia freeride, marketing manager della pappa per gatti, interior designer di spa eco-friendly, insegnante di Dainami, commerciante in zona Tortona, art director alle Edizioni Pem, cassiera al Centro Botanico di Vincenzo Monti, bracco-dog sitter part time, consulente di design strategico molto sostenibile. Ovviamente un lavoro normale non abilita alla voce impostata e al successo.

Una voce assertiva: profonda, sonora, ferma, perentoria, senza incertezze. Con una voce così puoi dire qualsiasi cazzata e la gente ti crede, ti segue, ti rispetta.

Mi chiedo chi abbia inaugurato questa tendenza. Sicuramente una donna di potere, modello aspirazionale di molte, come il levriero albino a capo del Runway italiano, che in effetti ha voce assertiva e consonanti arrotolate estremamente incisive.

Sto lavorando sul mio timbro, aspiro alla voce assertiva. Ci vuole tempo e pratica.

Di base avrei una voce un po’ trasparente, devo avere lo stesso difetto morfologico alle corde vocali di Stefano Accorsi, che pure è riuscito in anni di esercizi durissimi a tirare fuori suoni meno evanescenti. Da adolescente-quaglia mi sono trovata, così per caso, a leggere in un teatro della Bassa padana alcuni versi de I Canti Orfici di Dino Campana. Glisserei sui dettagli raccapriccianti del contesto ma ho ben chiaro come durante le prove il ‘regista’ avesse avuto crisi isteriche perchè la mia flebile voce non si sentiva oltre la seconda fila della platea. Lì ho capito che il teatro non sarebbe stato il mio futuro, e nemmeno la Bassa padana. La Anna (mia madre), invece, ha la cassa toracica di una tigre della Malesia e da lì escono suoni naturalmente meravigliosamente amplificati, tanto che nei luoghi pubblici spesso le sussurro afona ‘sssssttt…ti sentono tutti’, lei in dolby surround: ‘cos’hai detto??’. E infatti quando recita la si sente benissimo anche in loggione.

Quindi mi esercito. Abbasso leggermente il tono cercando di evitare l’effetto-trans e modulo la voce aprendo l’epiglottide, azione opposta al respiro Ujjayi dello yoga, mi sembra di intuire senza la minima nozione di voice training.  

Ho già notato i primi risultati. Col passaggio alla voce assertiva il mio interlocutore dà segni di maggiore attenzione, torna a guardarmi negli occhi, annuisce ripetutamente, accetta la mia tesi o esegue la mia richiesta. Funziona anche al telefono. Se sento incertezza all’altro capo inserisco la voce impostata e ci sono buone probabilità di ottenere ciò che chiedo.

Non so se il mio successo professionale aumenterà, ma durante i saldi ho ottenuto un 70% invece di un 60% di sconto su un succulento twin-set di Ballantyne a righine ecru e navy blue, semplicemente usando la mia nuova voce assertiva guardando fissa negli occhi l’ostile commessa caucasica.

Finale graffiante.

manutenzione, non luoghi, tempi morti

Non avevo mai prestato molta attenzione a tutto il tempo speso in attività non strettamente produttive. I tempi morti quotidiani. Quando metto il cervello in standby e il corpo in pilota automatico.

Spostarsi da un luogo all’altro, mettere in ordine, tenere il frigo e la dispensa sotto controllo (quando mai mi ero preoccupata che non mancasse il latte fresco o l’ammorbidente al tè verde?), lavare, lavarsi, mantenere il corpo il più bello e sano possibile, gestire le faccende burocratiche (bollette, conti correnti, casini vari).

Poi immagino che ognuno possa definire tempo morto cose diverse, come passare dieci ore in un ufficio o stirare ascoltando MTV.

Mi viene il dubbio che fin’ora qualcun altro si sia occupato per me di molte di queste noiosissime incombenze.

Non è che sono entrata davvero nell’età adulta?

Comunque da un po’ ho cominciato a rimanere parzialmente vigile durante i tempi morti. Metto il cervello in standby, il corpo in pilota automatico ma lascio in funzione una spia di consapevolezza, giusto uno spiraglio di coscienza, sufficiente per osservare passivamente quello che succede.

Un’Amélie con meno colori saturi e più ombre, senza frangia e senza stupore.

In metro per esempio. Scendere le scale a piedi, attraversare gli spazi sotterranei illuminati al neon, passare di fronte all’edicola, sentire l’odore pastoso dell’aria stagnante, guardare di sfuggita la fila alle biglietterie automatiche, appoggiare la borsa di pelle al lettore magnetico, scendere ancora più giù con le scale mobili, senza appoggiare la mano sulla gomma fetida, cercare i minuti di attesa, rimanere in attesa assumendo la posizione Tadasana (della montagna, qualcuno si accorgerà che sono in Tadasana?), entrare nel vagone apparentemente meno molesto, cercare un appiglio mantenendo un certo controllo dello spazio minimo vitale, fissare la porta e poi lo schema delle fermate e poi di nuovo la porta.

Succedono un sacco di cose inutili, ripetitive, pallosissime come la descrizione che ne ho fatto, ma a volte irrompe l’imprevisto a spezzare il flusso omogeneo. Il tempo morto si rianima per un attimo. Come giovedì scorso: ero sulla banchina in attesa del metro, tempo di attesa un minuto e mezzo, e ho deciso di accendere la spia. Rimanendo in Tadasana, ho iniziato a guardare le persone che aspettavano di fronte il treno nella direzione opposta. Ho notato una signora anziana che rovistava nella sua borsa, cercava ostinatamente qualcosa, il naso ficcato dentro. Sembrava agitata, forse parlava da sola, forse era un po’ fuori di testa. Poi si è girata e ha incrociato il mio sguardo. Mi ha fissata e riconosciuta. Il tempo morto è resuscitato. Ha sollevato la mano per salutarmi. Io ho risposto allo stesso modo, con un cenno della mano. Proprio allora è arrivato il mio treno a separarci, come un sipario metallico. Giovedì è successo qualcosa nelle pieghe del tempo morto.

Mi aspetto che accada qualcosa di simile anche svuotando la lavastoviglie, o passandomi il guanto da scrub marocchino nel vapore dell’hammam aromatico in Downtown, o sistemando gli stivali lunghi scamosciati nell’armadio, se avrò voglia di accendere la spia.

Exister

La danza contemporanea mi rimette d’accordo con me stessa.

Mi ero ormai convinta che la danza contemporanea a Milano non ci potesse entrare. Quella d’avanguardia, sperimentale, intendo. Perchè alla Scala o agli Arcimboldi passano solo le grandi produzioni, con le star internazionali come Roberto Bolle e il Re Leone. Non so se ho cercato bene in passato, ma in alcune delle altre città dove ho abitato ci sbattevo contro, era facile trovarla.

A Ferrara c’è una stagione di balletto al Teatro Comunale davvero impressionante. E’ una piazza (come altre città dell’Emilia, vedi Modena e Reggio) in cui molte compagnie sia italiane sia straniere presentano in anteprima i loro lavori più recenti. Lì dentro, al riparo dalla nebbia umida, mi sono goduta il Balletto di Toscana, Wim Vanderkeybus, Mats Ek, Sasha Vals, Carolyn Carlson…robette così.

http://www.teatrocomunaleferrara.it/danza09/danza08_09.asp 

A Venezia ero troppo impegnata a bere ombre, perdere diotrie su carta da lucido, trottare per le calli con cartelle formato A0 e tubi dorici e vedere bruciare la Fenice.

A Parigi ero immersa e sguazzavo beata in un brodo tiepido di cultura, in cui la danza era il fungo più saporito. A 26 anni ho visto il Danztheater di Pina Bausch al Theatre de la Ville in una coreografia dal titolo Nur Du. I danzatori-attori si muovevano isterici nello spazio enorme e nero del palco interrotto da tronchi d’albero a scala gigantesca, che li rendevano ancora più fragili. Illuminazione, colpo di fulmine, emozione. Come dice Frank ad April nella cucina di Revolutionary Road: ‘that was the only time I really felt alive’ (visto ieri, si si si).

http://www.theatredelaville-paris.com/danse/cadre_danse.htm

Ad Eindhoven e nella vicina Rotterdam scorazzavo alla ricerca di Neatherland Dans Theater I, II, III.

http://www.ndt.nl/

A Bruxelles non so, non avevo nemmeno il tempo di respirare.

A Ginevra sciavo.

Ritornata a Milano ho capito subito che la città non sta vivendo un gran momento. Da anni. La città della superficie è depressa e ‘parecchio nervosa’, come notavo l’estate scorsa. E non sapevo trovare la città del sottosuolo. Ci sarà una corrente underground dove ancora pulsa la vita, dove la danza contemporanea può scorrere, o ci interessa solo fare shopping, mangiare fuori male, farci fare un massaggio olistico? Qualche segnale mi è arrivato dagli amici di nicchia, ma non abbastanza forte.

Poi per caso ho scovato la rassegna Exister. Era lì, su TuttoMilano, decisamente un canale alla luce del sole.

http://www.exister.it/

‘Esistere è essere lì,
semplicemente.
Gli esistenti appaiono,
si lasciano incontrare
ma non li si può
mai dedurre’ (
Jean-Paul Sartre)

C’è scritto sulla copertina della brochure e sulla homepage del sito.

Il calendario era già iniziato da Novembre, sono arrivata un po’ tardi, ma non troppo tardi.

Al CRT ho visto Volo Via della coreografa ticinese Tiziana Arnaboldi, e ho ritrovato il teatrodanza. Un pezzo per 6 ballerini-attori pieno di energia e invenzioni. Sulla scena un cappotto, due tavoli, scontro tra identità individuale e omologazione collettiva nei corpi vestiti e poi spogliati. E di nuovo I felt that I was alive.

Poi sabato scorso nello spazio nuovo del Revel Scalo d’Isola (è un teatro, un bar, uno spazio espositivo, tutto bianco, ma non è corso como 10) c’è stato Vedo Bianco, un titolo sotto cui hanno riunito gli artisti più giovani della rassegna. Tre coreografie più vicine alla performance, in modo diverso.

Una botta.

Glass Room: un corpo di donna bianco alieno perfetto si appropria dello spazio alternando movimenti sinuosi a scatti nervosi da automa sexy, facendosi largo inquietante tra gli spettatori in piedi, che oscillano per farla passare. Punta lo sguardo vitreo su di noi, sbatte le palpebre meccanicamente. Scivola lungo le superfici. Torna nella tana bianca. L’immagine mi ricorda i cyber filiformi di un artista di Rosso Vivo, mostra di arte post-human del 1999 al PAC. (di Eleonora Folegnani. Con Valeria Galluccio).

F.S.A. Fakeness Selfdestruction Anticlimax: alla fine del primo pezzo, mentre calano gli applausi all’alieno, una ragazza tra il pubblico inizia a spogliarsi. Entra nuda in mutande in una scatola di cartone, si alza con solo le gambe che escono dalla scatola, inizia a correre tra gli spettatori e si schianta a terra. Ci rimane minuti, il pubblico prima ride poi inizia a preoccuparsi. Si è fatta male? Lentamente si rialza e inizia a buttarsi a terra con una violenza distruttiva, le gambe sbattono con un tonfo sordo, si riaccartoccia nella scatola sempre più ammaccata per poi tornare a schiantarsi sul pavimento. Infine riesce a liberarsi dalla scatola, esce e si accanisce sul cartone ormai distrutto. Poi si alza e ci guarda uno ad uno con fierezza, mentre le gambe le pulsano livide. Avete visto che ce l’ho fatta a liberarmi? Io incontro il suo sguardo e mi commuovo. Ce l’ha fatta. Che forza. (Di e con Helen Cerina).

Your Girl: si lascia la sala bianca e si entra nel teatro a gradoni nero, ci sediamo in prima fila, a due metri dalla scena, allo stesso livello. E loro due sono già lì, sotto i riflettori. Lui, bellissimo, sta seduto circondato da calzettoni arrotolati, due corde di calzettoni pendono ai lati dal soffitto, guarda il pubblico. Lei è su una carrozzina. Lei è deforme, un viso grande di bambola rotta su un corpo minuscolo, un corpo che non avevo mai potuto pensare. Imparo a guardarla. Lei scende a fatica dalla carrozzina, ogni movimento è uno sforzo che le toglie il fiato. Si mette di fronte ad un aspiratutto e inizia un nuovo rituale del m’ama non m’ama: stacca dal suo top un fiore di maglia e lo aspira schiacciando con le lunghissime dita un bottone rosso. ‘He loves me’, e ci guarda con quegli occhi grandi e calmi. ‘He loves me not’ e quegli occhi sono ancora grandi e calmi su di noi, forse un po’ più tristi. Finiti i fiori di maglia si toglie il top e i pantaloncini che finiscono anch’essi risucchiati dalla macchina e rimane nuda di fronte a noi. Espone completamente il suo corpo sofferente e continua a fissarci con quegli occhi. Anche lui si denuda, lei aspira i suoi abiti. Lui dice ‘I love him’. Lei gli si avvicina e si danno la mano. Si guardano e si trovano, i due corpi nudi vicini, la perfezione di lui e la menomazione di lei scompaiono nei loro occhi. Anche nei nostri per un attimo. Io per tutto il tempo non riesco a muovermi, non sento più il mio corpo, respiro piano. Sono solo occhi. Il pudore e la commozione mi paralizzano. Anche io mi sento esposta, nel buio. Quando partono gli applausi devo ricollegarmi al corpo. Mentre usciamo vedo una ragazza della prima fila che è rimasta lì, piange, la testa tra le mani. (Di Alessandro Sciarroni, con Chiara Bersani e Matteo Ramponi).

Io non me l’aspettavo. Non ero preparata. Ho anche pensato: non è corretto non dirtelo prima. Non tutti siamo capaci di sostenere quella vista. La ragazza vicina a me è stata male.

E invece è giusto. Bisogna educarsi a guardare. Mi rimane un vago sospetto di retorica, di vampirismo del dolore. Non so. Ma è più forte l’impressione di avere lasciato lì il corpo e avere cambiato sguardo. Anche di poco.

Di certo I was feeling alive.

2009: fuga da Facebook

L’ho lasciato, Facebook.

Non ho sospeso l’account – cosa peraltro possibile – mi sono proprio auto cancellata, disintegrata, fatta esplodere online.

Significa che tutte le foto e gli album, i tag, le informazioni accumulate, le discussioni accadute sul wall sono irrecuperabili, polverizzati, risucchiati nel buco nero della rete. Teoricamente, poi chissà chi li raccatta i cyber-rifiuti…Mi immagino un rinsecchito viscido Gollum impiegato in Datamonitor che si sfrega le mani sussurando ‘preeecioussss’ dopo aver recuperato pezzetti dei miei dati anagrafici, password, foto di vacanze in Oman, lista di amici.

Non è stato facile. Né prendere questa grave decisione, né metterla in atto.

Prima di arrivare all’orgasmico click finale DELETE (are you REALLY SURE you want to delete your facebook FOREVER?? mi pop-up-avano istericamente dalla Silicon Valley) ho dovuto cercare proprio sul Web il meccanismo esatto, perchè tra le funzioni facilmente accessibili del profilo compare solo la ‘chiusura’ dell’account. Chiudere l’account ti permette in realtà di rientrare quando vuoi e ritrovare tutta la tua facebook-storia, calda, fragrante, come l’avevi lasciata. Invece il link trovato, molto ‘pillola rossa o pillola blu’, mi ha concesso di rendere irreversibile il processo.

Questo è il link:

http://www.facebook.com/help/contact.php?show_form=delete_account

Pillola rossa o pillola blu?

Ma perchè cancellarsi dal carrozzone Facebook? E perchè la faccio tanto lunga manco fosse un grande tema esistenziale?

E pensare che qualche mese fa – prima dell’onda anomala che ha investito la penisola e tutte le terre emerse attorno – lo difendevo pure dalle critiche dei fanatici della privacy e della discrezione, che mi suonavano schizzinosi e snob. Vedevo le potenzialità del mezzo, come rientrare in contatto con gli amici lontani, condividere informazioni importanti, tenere viva la discussione in un gruppo, partecipare ai brief di Nicoletti, sentirsi parte di qualcosa, aumentare la visibilità di un blog…quelle che ora bla bla riecheggiano ovunque negli ormai noiosissimi dibattiti in radio, tv, web, cene, telefonate…(l’ultima discussione pubblica vista proprio ieri a Tatami, condotto da una Camila in dolce attesa, fermamente schierata contro).

Evidentemente deve essermi successo qualcosa là dentro.

Beh, si. Ho avuto l’impressione, prima pallida poi netta, che questo strumento risvegliasse i miei istinti più bassi, quelli che non mi piace riconoscere, che in quanto bassi devono rimanere laggiù in fondo.

Ho sentito crescere oltre il mio controllo la curiosità morbosa nei confronti delle vite degli altri e allo stesso tempo la voglia di mostrare la mia tenendo costantemente aggiornato il mio ‘stato’ con allusioni surreali, giocando a mostrare una proiezione di identità, quella desiderata.

Ho assecondato entrambi i bisogni – sfrucugliare, farsi i cazzi altrui e mettersi in piazza – con avidità crescente, investendo sempre più tempo ed energia in uno spazio claustrofobico e autoreferenziale.

Un’abbuffata.

Stavo costruendo un pezzetto alla volta una realtà parallela, e dentro una mia identità e un comportamento che si affiancavano alla vita ‘reale’, forse una sua rappresentazione sublimata e idealizzata.

Ok, tutto ciò fà parte del gioco, gli stessi meccanismi sorreggono ogni azione e nuovo mondo online, anche questo blog. Credo che in molti abbiano questi pensieri dopo un po’ di fb-tempo. E qui scatta la capacità di distacco. Saper prendere la giusta distanza e mantenere il controllo. La misura. Usare il mezzo sfruttandone i lati buoni, non farsi ingoiare e subirlo. Come con tutte le nuove tecnologie.

Ma io sono sempre quella che è vissuta in Blackberry per due anni (vedi post, e ancora non voglio imparare a linkare..).

E infatti ci sono rimasta dentro fino al collo, a Facebook, ancora convinta che fosse un mezzo da esplorare fino in fondo. Ma ho anche cominciato a maturare un’insofferenza sgradevole verso le mie fb-azioni, una sorta di autocensura. Un rigetto morale.

Annaspavo alla ricerca di regole di comportamento. Fin dove è giusto spingersi per dare spazio a voyeurismo e narcisismo?

Ho anche sentito i primi sintomi della dipendenza, mi sembrava di avere bisogno di controllare il mio facebook sempre più spesso, per vedere cos’era successo, chi mi aveva resa parte della pantomima, chi mi aveva pensata e osservata.

Il rifiuto è arrivato potente e senza appello quando – in preda a raptus pre-mestruale – mi sono spinta un po’ più in là, combinando virtualmente un pasticcio di relazione molto reale. La vergogna e lo spirito di conservazione mi impediscono l’auto-sputtanamento. Ma l’ho fatta grossa.

Appena riemersa dal raptus ho sentito il bisogno di uscire da quella trappola, riconoscendomi troppo disarmata per resistere alle tentazioni di Facebook.

Ora che sono fuori me la tiro da purista con le poche interfacce reali dei miei ex-amici di Facebook che frequento davvero. Confesso che mi mancano tutte le cose che succedevano là dentro, i primi giorni sono stati durissimi, piccolo panico da horror vacui.

Anche leggerissima perdita di identità e memoria, come avere perso il ricordo degli ultimi sei mesi di vita. Dove sono se li ho cancellati dal mio profilo?

Sto superando le crisi d’astinenza ripetendo il mio nuovo mantra:

Facebook è immorale, Facebook è da sfigati, Facebook non c’è più, Ommmmmmmmhhhhhhhhhhhhhh.